La seconda stagione di interviste prende il via piuttosto lontano, a North Bay, in Ontario. Il nostro ospite ha dovuto aspettarmi quasi un’ora perché – ora lo so – il Canada passa all’ora legale una settimana dopo l’Italia.
Per fortuna, Milano Hockey City lo aveva raggiunto ancor prima della mia chiamata. “Ho visto l’intervista ad Andrea Molteni, è stata una bella lettura: sono molto legato a lui, è venuto in Canada per il mio matrimonio, e ai bei tempi ero sempre con lui e suo fratello Matteo”.
Così mi ha detto, e già sono felice che una leggenda come lui abbia letto le nostre precedenti interviste, ma sono ancora più contento che avremo una nuova occasione per parlare – fra le altre cose – delle Olimpiadi come momento di sport ed emozione, di quegli anni in cui i Vipers hanno fatto la storia e sono diventati amici per sempre, e anche ascoltare racconti personali che alla fine valgono più degli scudetti o delle medaglie olimpiche.
C’è tutto in questa intervista, ma prima di tutto una breve storia di come un ragazzo nato in Canada con un cognome italiano è diventato il giocatore preferito di tanti tifosi milanesi e dell’intero Paese: Mario Chitaroni.
PRIMO PERIODO: Fare la storia
Essendo nato in Canada, posso immaginare come tu sia entrato in contatto con l’hockey, ma so anche dalle interviste precedenti che l’hockey è spesso un affare di famiglia. È stato anche il tuo caso?
Anche di più! La storia della mia famiglia è legata alla storia dell’hockey stesso. Mio padre ed io siamo nati a Cobalt, nel nord del Canada, in una zona mineraria. Prima che si formasse la NHL, molte squadre provenivano proprio da zone di questo tipo: c’era il ghiaccio naturale su cui giocare, e le persone arricchite grazie alle attività minerarie divennero i primi proprietari delle squadre. Addirittura, la primissima partita dei Montreal Canadiens fu contro una squadra di Cobalt.
Molto interessante! E ricordi il tuo primo incontro con l’hockey?
Mio padre e mio fratello giocavano a hockey, quindi a 2 anni e mezzo mi hanno messo sui pattini – ero troppo giovane per ricordare il momento, ma ho una foto che mi ritrae… con dei pattini dell’artistico! ⛸️ L’hockey era tutto per me ed ero bravo, quindi la mia famiglia mi ha incoraggiato a giocare.
E hai raggiunto un livello piuttosto alto…
Andai al training camp dei Buffalo Sabres, ci fu l’interesse dei Chicago Blackhawks e alla fine firmai per Los Angeles… una settimana prima che Wayne Gretzky venisse ceduto proprio ai Kings! All’improvviso, una squadra non molto forte era diventata estremamente competitiva: così hanno ingaggiato un gruppo di free agent per giocare al suo fianco, finendo per trascurare i giovani e i rookie come me.
Una svolta degli eventi piuttosto inaspettata.
Dopo un anno ho rescisso il contratto, ho fatto le valigie e ho firmato con l’Alleghe.
Perché hai scelto l’Italia, e nello specifico Alleghe?
C’era uno scout che passava in rassegna tutti i nomi italiani in Canada per capire se i giocatori junior potessero ottenere il passaporto e giocare in Italia. Tante squadre italiane, come Bolzano o Varese, mi contattarono in quegli anni.
Ma mi offrivano contratti lunghi, mentre io cercavo un impegno breve per cercare di tornare in NHL. Ho imparato più tardi che una volta che vai in Europa praticamente sparisci dal radar della NHL.
…ma è stata una scelta che ti ha portato a scrivere la storia in Italia: eri ad Alleghe per la vittoria in Alpenliga, poi a Varese per alzare la Federation Cup nella tua unica stagione con la squadra, e a Milano per l’ultimo scudetto dell’era Devils. Probabilmente hai fatto parte della formazione più forte che ciascuna di queste squadre abbia mai avuto.
Ad Alleghe avevamo davvero un’ottima squadra, una combinazione perfetta di giocatori dal pedigree internazionale come Bruce Cassidy, Joe Busillo, David Delfino, e un forte nucleo di ragazzi locali come Lino De Toni, guidati da un coach di altissimo livello, Paul Theriault. Ed eravamo felici!
Mi sono divertito così tanto lì che sono tornato ad Alleghe alla fine della mia carriera. Sarebbe stato bello vincere anche lo scudetto, così come a Varese, dove sono rimasti molto delusi di non averlo vinto nell’anno della Federation Cup.
E tra i due hai avuto la tua prima esperienza a Milano, con i Devils. 😈 Com’è stato quell’anno?
Da una parte c’era un bel feeling con i compagni: vivevamo quasi tutti nello stesso complesso quindi passavamo tanto tempo insieme… e abbiamo vinto lo scudetto, quindi la squadra ha lavorato bene anche sul ghiaccio. D’altra parte, è stato un po’ strano: ero in prestito dall’Alleghe e non sapevo cosa sarebbe successo l’anno successivo. E infatti la squadra è stata fermata e ceduta, con anche qualche litigio con la proprietà. Finii a Houston per la stagione successiva.
A 35 anni Mario è già entrato in contatto con l’hockey canadese, ha trascorso 6 anni in Germania, ha fatto la storia ad Alleghe, Varese e Milano con i Devils. Tuttavia, i suoi momenti più emozionanti a livello di club devono ancora arrivare… Pronti?

SECONDO PERIODO: Amici per sempre
Siamo al tuo ritorno a Milano, sponda Vipers 🐍
È stato tutto fantastico, a partire dalla città. Non so nemmeno da dove iniziare: si va dal tempo passato con Scott Beattie bevendo un caffè in Piazza Duomo al crescere una famiglia a Milano, visto che entrambi i miei figli sono nati lì.
Conoscevo già la città, ma mi ricordo di averla apprezzata molto di più, tanto da pensare che avrei potuto vivere lì una volta finita la mia carriera da giocatore.
Qual è il tuo ricordo più bello con la squadra?
Sul ghiaccio sarebbe il primo anno in cui vinceremo, quindi il secondo scudetto dei Vipers. C’erano grandi aspettative per la vittoria e per me è stato davvero speciale. Fuori dal ghiaccio, il momento più bello è stato quando Andrea Molteni mi ha telefonato dicendomi che dovevo assolutamente andare a Como – senza dirmi perché. Sono andato lì con la mia famiglia e Dino Felicetti: c’era Bruce Springsteen nel suo negozio! Abbiamo trascorso un’ora con lui, è stato surreale.
Sei ancora in contatto con qualcuno dei tuoi compagni di squadra dei Vipers?
Ogni tanto a Toronto incontro tutti gli ex compagni che stanno da questa parte dell’oceano: Justin Peca, Ryan Savoia, Dino Felicetti e Joe Busillo. Quando volo in Europa, di solito passo da Alleghe e a Milano per incontrare un po’ tutti gli altri. Mi mancano quei ragazzi…
La cosa non mi sorprende: Andrea Molteni mi aveva già detto che gli ex Vipers sono ancora in stretto contatto e si incontrano spesso. Ma ancora una volta mi stupisce che questi iconici pluricampioni italiani siano ancora così strettamente legati dopo tutti questi anni!

Chi vorresti che intervistassi la prossima volta?
Tra i miei amici qui in Canada, direi Joe Busillo, sarebbe una bellissima intervista, credimi. Se vuoi raggiungere qualcuno in Italia, allora Armin Helfer è la mia prima scelta!
Sapendo quanto ti sei integrato bene nella città e nel team dei Vipers, avresti preferito arrivare prima?
Vorrei essere stato lì l’anno prima, quello del primo scudetto. So che è stata una staeione speciale… ma comunque vincere quattro Scudetti di fila è stato incredibile! E sono rimasto un altro anno.
La stagione 2006/2007 è quella meno menzionata dell’era dei Vipers. Cosa potresti dirci?
La nostra squadra era ancora competitiva, però anche se tanti giocatori erano gli stessi delle stagioni precedenti, il clima era un po’ diverso. E poi fummo derubati in finale contro il Cortina.
Derubati?
Ci sono state un paio di chiamate sbagliate da parte dell’arbitro, io ho ricevuto un paio di sanzioni e alla fine loro hanno segnato in power play. È andata così, pazienza. Addirittura ho scoperto che l’arbitro era di Alleghe e l’anno successivo i nostri figli erano nella stessa scuola!

La seconda volta ad Alleghe è stato l’ultimo anno della tua lunga carriera. Sei ancora coinvolto nell’hockey?
Sì, sono uno degli allenatori del liceo locale: ho iniziato a dare una mano quando c’era mio figlio a scuola e sono rimasto nello staff. Inoltre, ci sono alcuni ragazzi che conosco dai tempi di Alleghe che lavorano nell’hockey e qualche volta le nostre strade si incrociano.
Ho una storia divertente su Adam Dennis, che era un portiere dell’Alleghe dopo che me ne andai e ora è il direttore generale dei Battalion dell’OHL che giocano qui a North Bay. Ora sono un agente di polizia e una volta dovevo andare a fare un sopralluogo per un incidente stradale: l’autista coinvolto era lui, ha visto il mio nome sul distintivo e ha detto ‘Hai giocato a hockey?’ ‘Sì’, ‘In Italia?’ ‘Sì’, ‘Ad Alleghe?’ ‘Sì’, ‘Beh, anch’io e ti conosco bene!’.
Abbiamo già raccontato grandi storie di hockey, e certamente fatto giustizia all’eredità che Mario ha lasciato sia a Milano che ad Alleghe, ma c’è un’altra maglia che ci manca. Una piuttosto importante.

TERZO PERIODO: La Nazionale e le Olimpiadi
Hai indossato la maglia della Nazionale italiana così a lungo che… beh, da dove partiamo?
Ho ottimi ricordi sull’esperienza complessiva. È particolare il fatto di giocare insieme a ragazzi con cui sei sempre stato avversario, come Topatigh, e magari alcuni di questi non ti piacevano a pelle. Ma poi arrivavi in ritiro e avevi tempo per conoscerli meglio, trascorrendo un mese e mezzo insieme, anno dopo anno, e ti ritrovi a diventare amici.
Qual è il tuo ricordo speciale?
Sul ghiaccio moltissimi. Personalmente ricordo un gol del pari contro la Germania che sembrava una vittoria. Ma quello che ricordo come più speciale è il legame, la squadra, i momenti che abbiamo condiviso insieme, dentro e fuori dal ghiaccio.
Cosa ci racconti invece delle Olimpiadi?
La mia storia con le Olimpiadi non è iniziata come speravo. Nel 1992 non ero ancora idoneo, mentre persi quella del 1994 perché fui sospeso per qualcosa che non avevo fatto. Eravamo a Dusseldorf con i Devils e dopo la fine della partita con il Malmoe, uno dei miei compagni di squadra – Anthony Iob – si è scontrato con l’ufficiale, ma hanno detto che ero stato io. Tony ha scritto in una lettera affermando che era colpa sua, ma non è cambiato nulla, sono stato squalificato e quindi ero fuori dal roster. Ricordo una chiamata piuttosto difficile con mia madre
Una situazione davvero sfortunata! Ma poi fai il tuo debutto olimpico a Nagano 1998.
Un grande passo, ma onestamente non sembrava speciale. Non potevamo andare alla cerimonia di apertura perché avevamo una partita lo stesso giorno, e idem per quella di chiusura. Mi è sembrato praticamente un altro Mondiale.
E poi ancora qualche rammarico: abbiamo perso contro la Germania nelle qualificazioni per Salt Lake City 2002 – una grande delusione per la squadra, e per me personalmente: avrei potuto giocare cinque Olimpiadi, ma sono riuscito solo in due.
…ma la seconda è stata Torino 2006: le cose sono andate nella direzione giusta per le Olimpiadi di casa?
Oh sì, sicuramente! Eravamo la Nazione ospitante e durante la cerimonia di apertura dovevamo arrivare ultimi, ma noi giocatori di hockey volevamo essere gli ultimissimi e ci siamo quasi persi nel retro dello stadio: se guardi la registrazione video, vedrai sei di noi che arrivano proprio alla fine! Di quella Olimpiade abbiamo fatto davvero parte, siamo stati coinvolti in altri eventi in città e abbiamo vissuto al meglio l’atmosfera.
Qual è il tuo highlight personale?
La Cerimonia di Chiusura: non potete immaginare quanto sia stato straordinariamente bello essere lì dal vivo, rispetto a quello che si vede in televisione. Essere in quello stadio non è stato solo uno dei momenti salienti delle mie Olimpiadi, ma di tutta la mia carriera. Non riesco a descrivere quanto sia stato inaspettatamente incredibile.
È tempo di concludere la nostra intervista, ma non prima della tradizionale domanda dell’overtime!

OVERTIME
So che sei a conoscenza della situazione dell’hockey a Milano. Cosa pensi possa aiutare a ricostruire l’interesse?
C’è bisogno di persone dedicate che allenino e seguano i giovani, oltre ai genitori – persone che amano così tanto l’hockey che vogliono impegnarsi a lungo termine.
E poi, e so che è difficile trovare i finanziamenti, ma l’Italia ha bisogno di più palazzetti o almeno di piste più piccole per avvicinare i bambini all’hockey.
Piste, persone dedicate e iniziative per entrare in contatto con l’hockey. Non potremmo essere più d’accordo… e infatti questi sono gli ingredienti delle attività invernali che Milano Hockey City sta realizzando alla Pista 02 Ice: incontri per avvicinarsi all’hockey, gratuiti e aperti a tutti, anche ai pattinatori meno esperti. Ecco tutte le informazioni 🏒🏒🏒
E grazie Mario Chitaroni per questa bellissima conversazione!

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