Nato a Milano, tifoso del Milano, giocatore del Milano… ma portato lontano dagli eventi, tornato e ripartito, più di una volta. Una carriera che fa il giro di tutto il Nord Italia, ma non dimentica da dove tutto è iniziato: Milano Hockey City intervista il milanese del Milano, Edoardo Caletti.
PRIMO PERIODO: Milanese e girovago
Come ti sei avvicinato all’hockey?
Ho fatto le giovanili a Milano, la mia città, ma in quel periodo i Vipers puntavano sugli stranieri e i giovani facevano fatica ad emergere: così per l’under 19 mi sono spostato a Torino con gli All Star. Ha funzionato: a 19 anni ero in prima squadra con giocatori di valore come Vezio Sacratini e Agostino Casale, che insieme all’allenatore Maurizio Mansi, mi hanno aiutato parecchio.
Qualche anno e poi sei tornato a Milano per l’ultimo spicchio dell’era Vipers.
Che tempismo perfetto! I Vipers avevano ormai esaurito la striscia vincente, quell’anno abbiamo perso in semifinale con il Bolzano e alla festa di fine stagione Alvise Di Canossa ha annunciato che il progetto non sarebbe continuato.
Sei però rimasto per il nuovo capitolo della saga.
Ico Migliore ha ripreso il filo della società con i RossoBlu dovendo fare tutto in fretta, perciò all’inizio eravamo una squadra assemblata come si riusciva, ma di anno in anno la struttura e il roster sono migliorati sempre di più. E in parallelo, va detto, il livello dell’A2 scendeva, così presto ci siamo tolti qualche soddisfazione: la vittoria nel 2011-12 rimane il ricordo più bello!
Qualche aneddoto dagli anni in RossoBlu?
Qualche settimana fa Giorgio Prando mi ha fatto ricordare un bell’episodio a Vipiteno in cui ho segnato un rigore all’overtime e abbiamo festeggiato come se avessimo vinto i Mondiali. Anche se eravamo in trasferta, i tifosi si sono fatti sentire, come sempre. Alla fine sono loro il ricordo migliore: ci trascinavano, erano uno spettacolo ad ogni partita.
Rispetto al momento Vipers, nei RossoBlu c’è stato più spazio per i giovani?
Sì, tanti giovani sono usciti in quel momento: Alessandro Re, Tommaso Migliore, Marco Pozzi… purtroppo tanti hanno poi smesso. D’altronde in quegli anni l’A2 aveva un calendario fitto: tra partite e allenamenti eravamo sul ghiaccio tutti i giorni e tutte le settimane. Per chi aveva altri progetti o interessi diventava difficile.

Dopo essere stato colonna dei RossoBlu, hai girato tutto il Nord Italia: se non conto male, 8 squadre in circa 10 anni.
Sono andato via quando Milano ha deciso di auto-retrocedersi in una serie B che era diventata nettamente inferiore rispetto alla Serie A; in più avevo voglia di fare esperienze nuove, così ho seguito Curcio a Valpellice.
Poi Cortina, Renon, Fassa…
E sono tornato a Milano per l’anno in Alps: c’erano grandi presupposti, ma pian piano si è trasformata in una stagione sfortunata, anche se ho ricordi piacevoli dei compagni, come Martino Valle Da Rin, Marcello Borghi e tanti altri. Sarebbe potuta andare meglio, e di nuovo è rimasta un po’ di delusione per come è finita.
E così, lasci la squadra e la città per una terza volta.
A me piangeva il cuore, e lo stesso ora a pensarci. Diverse situazioni mi hanno portato a lasciare Milano, ma sempre controvoglia.
Io sarei rimasto a Milano anche tutta la carriera, con quel clima al palazzetto! Ci sono giocatori che, pur arrivando da fuori, pensano lo stesso: pensa me, che sono di Milano, abito a San Siro e già da ragazzino ero sugli spalti a tifare, mentre facevo le giovanili.
Il fatto che Edoardo abbia dovuto lasciare Milano, più di una volta, non può che essere un dispiacere per chiunque apprezzi l’hockey in città. Proprio lui, milanese del Milano, amante dei colori e amato dai tifosi.

SECONDO PERIODO: L’Italia e l’estero
Concludiamo il giro d’Italia della tua carriera con le tappe a Varese, Como e infine quest’anno Aosta dove hai da poco vinto il campionato di IHL Division I. Che esperienza è stata?
Non conoscevo molto la serie C, ma considerando il roster eravamo certamente favoriti fin dal principio. Però posso assicurarti che non è stato così facile come la gente potrebbe pensare: vincere un campionato non è mai banale. La semifinale playoff con il Venosta ad esempio non è stata affatto semplice, e la finale è andata avanti per un mese!
Il format dei playoff ti ha spiazzato? 😬
Decisamente! Intanto si gioca al meglio delle tre, quindi se sbagli una partita sei già con le spalle al muro, e poi è logorante mentalmente giocare una sola volta alla settimana: ti porti dietro pensieri e rimuginamenti per giorni e giorni. Quando giochi a livelli più alti, passa un giorno e hai già un’altra partita.
Una battuta anche su ARES: come giudichi il progetto sportivo?
La scelta di Aosta è corretta: c’era già una scuola hockey che ha potuto beneficiare direttamente della prima squadra, con ragazzi di 17-18 anni che si sono trovati a fare allenamenti o qualche partita con gente più esperta come Ihnacak e Eastman.
Ne ha beneficiato anche la visibilità dello sport in generale in città?
Credo di sì, e spero che continui a farlo perché c’è bisogno di questo tipo di realtà. A parte la prima squadra che riempiva il palazzetto, mi è capitato di vedere 600 persone alle finali dell’under 19: non sono numeri banali, è un segnale che l’interesse in città si è risvegliato.

Dai tuoi esordi a oggi il movimento italiano è andato decrescendo. A che modello bisognerebbe guardare secondo te?
L’Austria è un ottimo modello: vent’anni fa la lega ha preso in mano il campionato, insieme allo sponsor, e ha creato un nuovo progetto per tutto il movimento. E con pazienza ha raggiunto un ottimo livello di gioco, di spettacolo e di visibilità.
Di cui fa parte anche un pezzo d’Italia…
Sono del parere che Bolzano, Brunico e Asiago facciano bene a partecipare all’ICE: per i ragazzini di quelle parti vedere la propria squadra in un campionato competitivo significa pensare che l’hockey può diventare una professione, non solo un passatempo. Certo mi sarebbe piaciuto vederci anche Milano…
Avevamo i vicini sbagliati? Intendo la Svizzera.
La Svizzera è un posto particolare, molto chiusa, e il campionato funziona così com’è. Potenzialmente è uno sbocco per i singoli giocatori ma c’è già molta scelta e quindi altissima competizione. Qualche giovane di Milano è passato da Lugano, ma non in molti hanno fatto strada.
Parlando di giovani all’estero, pare che sia un trend di cui comincia a beneficiare la Nazionale.
Meno male che molti giovani italiani possono permettersi di giocare all’estero, intendo fra possibilità economiche e genitori che si fanno in quattro per sostenerli. È una fortuna che in Nazionale ci sia un gruppo che porta questa esperienza, come Tommaso De Luca, Tommy Purdeller e soprattutto Damian Clara.
Anche se i risultati ancora non si vedono granchè…
Ho seguito i Mondiali di Bolzano: è stato un girone abbastanza strano, equilibrato e un po’ pazzo. La Slovenia aveva sicuramente qualcosa in più, per noi è stata una delusione.
La nostra chiacchierata ha fatto il giro dell’arco alpino: per il terzo periodo torniamo in Italia, in particolare a Torino e Milano…

TERZO PERIODO: Olimpiadi passate e future
Abbiamo parlato della tua esperienza in prima squadra a Torino: era esattamente il periodo in cui la città ospitava i Giochi Olimpici. Che ricordi hai?
Quelle settimane di Torino 2006 sono state incredibili! Fra partite, tifosi, feste è stata proprio un’esperienza felice. Ero sempre al Palazzetto, ho visto 8 o 9 partite. Quando ho saputo che si sarebbe ripetuto a Milano, ho ripensato subito a quei momenti.
Le Olimpiadi 2006 hanno aiutato il movimento?
Hanno dato una spinta incredibile in città, considerando che prima a Torino l’hockey aveva una storia limitata, soprattutto dal punto di vista degli impianti: oltre al PalaIsozaki e a Torino Esposizioni che sono stati usati per le partite, è stato costruito il palaghiaccio di Torre Pellice e sistemato quello di Pinerolo per il curling.
E ancora, fra impianti Olimpici e non, si contano PalaVela, Tazzoli, Massari: Torino sembra aver capito che le strutture muovono la pratica. Milano invece…
Ho letto l’intervista ad IceLab: il bando del Comune sull’Agorà non è ragionevole, manca di comprensione delle necessità dello sport, ed è grave. E le altre strutture attualmente previste per l’hockey verranno convertite o smontate.
Le Olimpiadi portano un’ondata di novità e un sacco di bambini vorrà iniziare dopo aver visto le partite: gli impianti ci devono essere!
Parlando di Olimpiadi, dopo aver fatto il pieno a Torino, che partite andrai a vedere a Milano?
Sicuramente l’Italia, è sempre un’emozione, soprattutto per me che ho vestito la maglia della Nazionale. Poi mi piacerebbe vedere le fasi finali: a Torino avevo visto quarti e semifinali, lo spettacolo si alzava man mano che si andava avanti!

OVERTIME
Per chiudere non possiamo che tornare a parlare di Milano: qual è la tua speranza per il futuro?
Nei miei anni a Milano ho visto così tanta partecipazione che non riesco a capire come si sia giunti a questo momento. Mi ricordo ancora quando, finite le partite, andavano al bar con i tifosi: si era creato un ambiente fortemente positivo e non c’era da stupirsi nel vedere tutta quella gente al palazzetto, anche nelle stagioni in cui non eravamo la squadra più competitiva.
Spero che l’hockey a Milano riparta, e presto, fintanto che la gente ancora si ricorda di che cosa è stato. La situazione di oggi è una tristezza. Per me sarebbe stato un sogno chiudere la carriera a Milano!
Foto di copertina: Carola Fabrizia Semino.

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