Massimo Da Rin

È stato allenatore a Milano, sia Vipers che RossoBlu, e ha potuto festeggiare in città Scudetti, promozioni, Coppa Italia. Prima ancora è stato un giocatore a Cortina, Aosta, Valpellice. E non bastasse, ha guidato la Nazionale di sledge hockey per 5 Paralimpiadi e 17 anni. Milano Hockey City intervista Massimo Da Rin

PRIMO PERIODO: Il giocatore

Come ti sei avvicinato all’hockey?

I miei zii Alberto e Gianfranco erano le colonne di quel Cortina anni ‘60-’70 che vinceva il Campionato quasi ogni anno, ma sono stati soprattutto i miei fratelli a trascinarmi: erano più grandi, giocavano tutti e così a 8-9 anni ho iniziato anch’io.

Ed ecco il via alla prima delle tue carriere, quella da giocatore. 

A 16 anni ho esordito in serie A in un Cortina molto forte, sostituendo mio fratello Francesco che si era infortunato: scendevo in pista con quei campioni che una settimana prima ammiravo da spettatore, come Giovanni Mastel, con cui giocavo in linea. Era il 1977, ho fatto persino 4 gol in quella prima stagione vissuta con l’orgoglio di rappresentare la mia città.

Ovvero Cortina, che poi però hai lasciato. 

Poi per motivi di studi sono finito a Torre Pellice e ho giocato nella Valpe che faceva la Serie A, seppur con qualche difficoltà. Sono poi tornato a Cortina, qualche salto in diverse società e infine un’altra tappa significativa della mia carriera: il CourmAosta di Carlo Rivetti, dove ho vinto il campionato di B. 

Nella tua carriera da giocatore, Milano era un’avversaria. Che ricordi hai?

Ho giocato al Piranesi, al Forum, all’Agorà. Anzi, con la maglia del Varese ero sul ghiaccio nell’ultima partita disputata al Piranesi dalla Saima. Mi ricordo il sindaco di Milano e le tifoserie avversarie che hanno creato una grande atmosfera: un derby e un momento storico! 

Come giudichi la tua carriera da giocatore?

Credo di aver fatto una buona carriera, sono anche stato in Nazionale e ho sfiorato la convocazione alle Olimpiadi di Sarajevo 1984. Soprattutto credo di aver smesso nel momento giusto per poi intraprendere la strada da allenatore, che mi ha dato anche più soddisfazioni. 

I ricordi di Massimo da giocatore basterebbero a riempire l’intera intervista, ma siamo solo a fine primo periodo. Quando rientriamo dagli spogliatoi, Massimo non è più sul ghiaccio ma dietro al pancone, pronto a diventare ancora più determinante per l’hockey italiano e – finalmente – milanese. 

Massimo Da Rin sulla panchina del Milano. Foto concessione di Massimo Da Rin. 

SECONDO PERIODO: L’allenatore

Passiamo al Massimo allenatore. Come sono andati i primissimi passi?

La mia prima esperienza è stata alla Valpe, dove giocavo e allenavo, ma non ero ancora pronto, volevo più che altro dare una mano alla società. La vera opportunità è stata invece con il CourmAosta: ho fatto la Serie A e sono andato avanti finché l’hockey ha resistito, vincendo anche una Coppa Italia. Sono passato di nuovo da Torre Pellice ed Egna, per poi arrivare a Milano, la città dove ho allenato di più. 

Eccoci finalmente a Milano! Come ci sei arrivato?

Lavoravo con Adolf Insam in Nazionale, abbiamo anche vinto un campionato del mondo U20 insieme. Nel suo secondo anno (2001-2002) a Milano mi ha voluto come assistente: ho trovato una società organizzata in maniera professionale e una squadra molto forte, che ha vinto Campionato e Supercoppa ed è arrivata in finale di Continental Cup a Zurigo. 

Un bell’ingresso in città, ma l’anno dopo ti sei spostato a Torino.

Sì, ma rimanendo nella struttura del Milano. In vista delle Olimpiadi 2006, era nato un progetto per sviluppare l’hockey a Torino in cui Milano aveva contribuito profondamente. In pratica si trattava di un farm team con alcuni giocatori come Mark Demetz e Georg Comploi, e io ne ero il capo allenatore: un buon progetto che ha poi coinvolto anche Valpellice fino a raggiungere la Serie A. 

Fra le vittorie dei Vipers e il progetto che racconti Milano era veramente il centro dell’hockey in Italia. Che giudizio dai a quel periodo?

Ico Migliore e Adolf Insam cercavano di sviluppare lo sport al di fuori dell’Alto Adige, ed ero felice di far parte di quest’idea. 

Gli anni dei Vipers sono stati il punto più alto dell’hockey a Milano a livello organizzativo, di struttura, di competenza della dirigenza e di giocatori coinvolti, e anche di risultati ottenuti. 

Senza parlare del tifo, che è stato eccezionale prima, durante e dopo quel periodo. 

L’immagine di cui Massimo va più fiero: la squadra che lo porta in trionfo sotto gli occhi dei tifosi per festeggiare la Coppa Italia 2018. Foto: Claudio Scaccini.

Ecco, parliamo anche del dopo – ovvero del tuo ritorno a Milano con i RossoBlu.

Il progetto RossoBlu a mio avviso è stato un bel successo di pubblico e una buona continuazione di quello che erano stati i Vipers: sono arrivato nel 2010/11, l’anno successivo abbiamo vinto l’A2 e poi di nuovo una seconda volta nel 2016/2017, e inoltre due Coppe Italia. 

Un bel tesoretto di soddisfazioni!

A Milano, fra Vipers e RossoBlu, è arrivata gran parte dei miei titoli, dopo che a Valpellice li avevo solo sfiorati, e in aggiunta alla Coppa Italia con il CourmAosta. 

Ho ottimi ricordi di Milano, di tantissima gente, di enorme entusiasmo. Il tifo di quel palazzetto me lo porto nel cuore: da nessun’altra parte ho più sentito il frastuono dell’Agorà, neanche in stadi con 15.000 persone. Non c’è dubbio che Milano sia un posto di hockey. 

A chi sei rimasto più legato tra le persone con cui hai condiviso quei momenti?

Sicuramente Adolf Insam: è grazie a lui se sono finito a Milano, ed è stato la guida dei Vipers dei cinque scudetti, oltre ad essere un amico. Se un giorno vorrai intervistare un altro allenatore, non credo esista una persona più adatta. 

Accetto il consiglio, invece fra i giocatori?

Potrei nominarne all’infinito! Da Tommaso Migliore, di cui ricorderò sempre quel gol contro il Gardena che ci ha portato in A, ad Alessandro Re, che è stato il mio capitano e mi ha seguito a Como. Forse nessuno più di Dominic Perna, un personaggio che sembra conoscano tutti e che si faceva sempre ben volere. E ancora Edoardo Caletti, Peter Wunderer, Manuel Lo Presti. E Scott Beattie, che personaggio!  

È il 2012 e Milano è appena tornato in A dopo la battaglia di Selva di Val Gardena.
Foto: Carola Fabrizia Semino.

Durante l’esperienza in RossoBlu, sei stato anche coordinatore settore giovanile. 

Nel primo anno allenavo anche l’U14, poi da capo allenatore della prima squadra era difficile star dietro anche alle giovanili, ma ho sempre contribuito in allenamento, e ben volentieri. Da parte di tutti c’era un occhio di riguardo per i giovani, ed è un vero peccato che alcuni di loro, forse tanti, li abbiamo persi.

Milano era un centro di generazione del talento.

Di giocatori e staff! Io stesso ho sviluppato delle competenze che mi sono servite in Nazionale, dove sono stato anche Head Coach della U18 e U20, guidando i ragazzi per 12 Campionati del Mondo.

Oggi Massimo continua a scrivere le pagine della sua carriera da allenatore sulla panchina del Como. Ma rileggendo il libro della sua vita sportiva, c’è un’altra storia da raccontare, un eccezionale cammino lungo 17 anni che passa anche per Torino 2006. 

Omaggiato dai tifosi, mister Da Rin festeggia la promozione in serie A al termine della stagione 2011/12. Foto: Elena Di Vincenzo.

TERZO PERIODO: Paralimpiadi e Olimpiadi

Con Massimo abbiamo l’occasione di parlare anche di sledge hockey dal miglior punto di vista possibile: quello di chi ha allenato la Nazionale maschile di hockey su slittino per 17 anni, passando attraverso 5 Paralimpiadi, inclusa Torino 2006. Cominciamo da principio: come sei arrivato al para ice hockey?

Alle Paralimpiadi di Torino 2006 era necessario presentare una squadra italiana in quanto nazione ospitante, perciò qualche anno prima è partito un progetto in mano ad Andrea Chiarotti, con cui avevo giocato prima del suo incidente e che era stato mio assistente a Torre Pellice. Andrea è stato un pioniere della disciplina, ci si è buttato a capofitto: era il volto della Nazionale e avrebbe dovuto anche allenare, ma amava giocare perciò chiese a me di farlo. 

Qual è stata la tua reazione?

Ero indeciso all’inizio: lo sledge è uno sport differente dall’hockey su ghiaccio, ma alla fine sono stato l’Head Coach della Nazionale per 17 anni, fino al 2022. È stato un periodo bellissimo della mia carriera, forse meglio dire della mia vita, perché mi ha fatto crescere come allenatore e come persona. 

E hai ottenuto anche buoni risultati.

Ottimi direi: abbiamo vinto un Europeo e sfiorato il podio Olimpico con il quarto posto a Pyeongchang. Ogni Paralimpiade è una festa, con palazzetti da 15.000 persone pieni, e io ne ho fatte cinque: è un’esperienza bellissima che auguro ad ogni allenatore. 

Qual è l’aspetto più critico dello sledge?

Il problema maggiore è trovare gli atleti: oggi ce ne sono 30 in tutto il Paese. È una disciplina con delle forti barriere all’ingresso, però c’è anche tanto entusiasmo: gli atleti per certi versi hanno persino più forza di volontà e mentalità da professionisti della media.  

Le Paralimpiadi 2006 non hanno aiutato?

Tutt’altro, diversi ragazzi si erano avvicinati allo sport vedendolo dal vivo o in televisione. Adesso c’è entusiasmo per Milano Cortina e spero che venga sfruttato allo stesso modo. 

Speriamo lo sia per tutto il Paese, e in particolare per Milano. C’è qualcuno con cui mi consiglieresti di fare una chiacchierata?

Sicuramente Roberto Radice, giocatore della Pohla di Varese e della Nazionale, e responsabile del movimento paralimpico degli sport del ghiaccio nella Federazione. Per altro so che veniva a vedere anche il Milano!

Nell’intervista a Nicola Fontanive, ho visto che ha nominato l’attrezzista del Milano Daniele Toppan: bene, anche lui è impegnato in Nazionale di sledge, perciò mi unisco al consiglio. È una persona innamorata della disciplina, amico di tutti, ma soprattutto molto bravo nel suo lavoro! 

Daniele, arriveremo a bussarti! 😃 Abbiamo parlato di Paralimpiadi, ma concedimi una domanda anche sulle Olimpiadi, quelle del 2026: che partita andrai a vedere?

Ci saranno gli NHL e vedere i Paesi top come il Canada o gli Stati Uniti sarà certamente il massimo dal punto di vista sportivo, ma per me è sempre bello vedere anche l’Italia. 

Assistere alle partite della Nazionale è un’emozione particolare al di là del risultato, con un’atmosfera entusiasmante, soprattutto per me che ne ho fatto parte: certamente cercherò di andare a vedere gli azzurri, sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi. 

Una delle ultime Nazionali Para Ice Hockey alleata da Da Rin nel 2021. Foto: FISG.

OVERTIME

Torniamo a Milano, per lasciarci con una domanda fra sogno e speranza. Se un giorno tornasse una struttura in città, ti piacerebbe farne parte?

Ormai mi sento milanese, certo! Sono verso la fine della mia carriera di allenatore, ma darei sicuramente una mano a livello consulenziale dato che conosco bene lo sport e la realtà italiana. 

Certamente il tema da risolvere prima ancora di sognare il ritorno di una squadra è la questione del Palazzetto. Senza avere la pista, difficile che qualcuno si muova, mentre con l’Agorà aperto sono convinto che qualcosa di positivo possa ripartire. Speriamo non troppo lontano perché altrimenti si rischia di dover ricostruire da zero anche l’interesse. 

Siamo più che d’accordo, e Milano Hockey City per intanto tiene alto proprio l’interesse. Per il resto, si vedrà.

Spero un giorno di incontrarci all’Agorà, a vedere una partita. Sarebbe l’immagine più bella per noi appassionati, ma soprattutto per Milano: lo auguro proprio alla città! 

E ce lo auguriamo anche noi: a Massimo e a tutti noi appassionati che ci seguono, grazie! Alla prossima 😉