Ha sempre vissuto a Milano e ha sempre giocato a hockey, ma mai a Milano, o quasi. Ha costruito una carriera che spazia dalla Nazionale Olimpica 2006 al movimento amatoriale, passando per infinite tappe in tutto il Nord Italia. Oggi è un riferimento per l’hockey femminile, per i giovani, per il campionato Libertas: Milano Hockey City intervista Rebecca Fiorese.
PERIODO 1 – In costante trasferta
Come ti sei avvicinata all’hockey?
Sono cresciuta nei dintorni del Piranesi, nel quartiere tutti pattinavano e in tanti giocavano. E questo era ancor più vero nella mia famiglia: mamma e zia erano pattinatrici, papà e zio giocatori di hockey, perciò naturalmente mi sono avvicinata al ghiaccio da piccolissima, inizialmente con l’artistico.
Quando è scattata la scintilla dell’hockey?
Andavo già a vedere le partite – anche questo faceva parte della tradizione di famiglia – ma ho iniziato a praticare a 12-13 anni, quando l’ambiente dell’artistico ha cominciato a non piacermi più. È stato Franco Viale, storico giocatore dei Diavoli Milano che già conoscevo, ad insistere perché entrassi nella squadra femminile.
Finalmente raccontiamo di una squadra femminile a Milano!
Anche se è durata piuttosto poco: si chiamava All Stars, poi rilevata l’anno successivo dall’Ambrosiana. Dopo quegli anni, in pratica non ho mai più giocato a Milano.
E hai girato tutto il Nord Italia per oltre vent’anni.
Già, sono stata a Como fino al 2006, l’anno delle Olimpiadi, per poi passare a Bolzano. Poi fra impegni di lavoro e un infortunio al ginocchio mi sono fermata per un paio d’anni, per poi ricominciare a girare: Alleghe, ancora Como, anche un anno a Sesto con le Black Widows.
E ora Varese…
Le mie tappe più recenti sono legate al progetto Gladiators: sono stata coinvolta quando era ad Aosta, mentre a inizio di questa stagione si è spostato appunto a Varese, dove sono convogliate anche altre ragazze da Milano e dalla Lombardia, soprattutto dalla squadra delle Valchirie, ma anche da Fighters, Ice Goblins, Bergamo…
Non hai avuto vita facile: praticamente viaggiavi anche per giocare in casa.
Esattamente, ho avuto la fortuna di riuscire ad allenarmi sempre a Milano, insieme alle squadre maschili, al massimo incastrando una sessione con le mie compagne nel weekend, prima delle partite. E nel fine settimana kilometri e kilometri, che si giocasse in casa o in trasferta.
Ci sono squadre femminili che hanno un supporto importante da Regioni, Comuni, società maschili di appoggio, ma in Lombardia non è mai stato facile, anche se prima ancora che iniziassi a giocare c’erano squadre a Milano, Varese, Como, Bormio.
Ecco, parliamo di come è organizzato il Campionato oggi.
Ci sono sempre stati regular season e playoff, mentre da qualche anno è stato introdotto anche un girone intermedio per avere delle partite in più. È molto difficile strutturare un calendario: ci sono gli impegni delle Nazionali, in particolare dell’under 18 che prima non c’era, e inoltre una squadra – le Eagles – partecipa anche a un campionato europeo, e quindi ha meno disponibilità.
Quante squadre partecipano?
Da quando ricordo abbiamo sempre avuto cinque, sei, sette squadre, come quest’anno, mai più di otto credo. La grande determinazione di queste poche società, così come delle atlete, tiene in piedi il Campionato e quindi il movimento.
L’hockey femminile affronta delle palesi difficoltà in Italia, ma ha avuto anche dei momenti di picco – come le Olimpiadi 2006 – che Rebecca ha vissuto in prima persona: andiamo alla scoperta della sua esperienza in azzurro!

PERIODO 2 – La Nazionale e le Olimpiadi
Parliamo della Nazionale?
Sono stati gli anni più belli della mia vita! Serve aggiungere altro?
Non avevo dubbi! 😀 Il ricordo più bello?
Andare in ritiro con la Nazionale era impareggiabile, niente è stato così appagante nella mia carriera: l’unico momento in cui io e tante compagne abbiamo vissuto da vere professioniste.
Mangi, dormi e giochi a hockey, mentre di solito ognuna di noi aveva anche il lavoro o la scuola o altro ancora. Un sogno, una bella parentesi ogni volta.
E le Olimpiadi 2006?
Avevo l’età giusta nel momento giusto, con la fortunata circostanza di avere un’Olimpiade in casa. Facevo quasi fatica a credere che fosse reale, così come ora è difficile trovare le parole per raccontare fino in fondo quel momento.
C’erano gli NHL! Girando nel Villaggio incontravi quel tipo di giocatori, così come tanti italiani e italiane di altri sport, e campioni di ogni genere: ho una foto con la mia migliore amica e Gretzky, da non credere.
È stata un’esperienza così intensa e così diversa da tutto il resto che non riuscivo a capacitarmene, e forse non ci riesco nemmeno ora.

Chiaramente le altre Nazionali avevano un livello diverso, come avete preparato quell’occasione unica?
In quegli anni la Nazionale aveva preparato un percorso strutturato per il nostro gruppo, scegliendo come guida l’allenatore Markus Sparer. Lui ha dato tantissimo all’hockey femminile, si è esposto in prima persona con la Federazione per metterci nelle condizioni di arrivare al meglio ai Giochi, e ci ha insegnato davvero molto.
Sono contento di sentire che ci fosse un percorso per voi in vista del 2006, e mi viene spontaneo chiederti: la stessa cosa sta succedendo ora in ottica di MilanoCortina 2026?
Decisamente sì. Forse si potrebbe discutere su quanto è stato fatto tra un’Olimpiade di casa e l’altra, ma in questo momento l’attenzione sulla Nazionale femminile è indiscutibile. Vengono organizzate amichevoli, ritiri, test fisici, tornei, e lo staff tecnico è molto valido.
E il roster? 🏒
Negli stage della Nazionale sono presenti molte giocatrici, e questo deriva dal fatto di avere una buona base: il numero di ragazze attivamente coinvolte, non solo tesserate, è più alto di qualche anno fa. Sono giovani e soprattutto sono molto forti!
Quindi è un momento di crescita per il movimento?
È in crescita il tasso tecnico della Nazionale. Nel corso degli anni si è sdoganata l’idea di andare all’estero a studiare e nel frattempo giocare a livelli più competitivi, e questo ha innalzato il livello di alcune giocatrici.
Certamente se fossimo in grado di trattenere nel Paese il talento, e semmai far arrivare ragazze straniere che aumentano la qualità del campionato, il movimento ne trarrebbe maggior guadagno. Ma avere una Nazionale forte è comunque un traino importante, senza dubbio.
Rivissuti quei momenti magici, torniamo al presente e atterriamo a Milano. Non c’è Gretzky in città, ma c’è un movimento amatoriale frizzante, e Rebecca, anche in questo caso, ne è protagonista.

PERIODO 3 – Costruire il presente e il futuro
Milano Hockey City sta viaggiando fra le realtà che popolano il tessuto dilettantistico cittadino, come raccontano le interviste a Fighters e Sgularat (e altre presto in arrivo). Rebecca, qual è il tuo punto di vista?
La struttura dei campionati FISG è cambiata negli ultimi anni, ed è cambiata di conseguenza anche la serie C (l’attuale IHL division I, ndr): se prima c’era spazio anche per realtà più amatoriali, oggi ci sono giocatori di buon livello e soprattutto costi importanti, perciò alcune società hanno guardato altrove.
In più la pandemia, la difficoltà a trovare ore ghiaccio,… Qual è stata la risposta di chi voleva comunque continuare a praticare hockey?
Le difficoltà hanno generato un ambiente ultra-attivo, che ha saputo costruire una lega parallela a quella della FISG, la Libertas, con così tante società e giocatori coinvolti da dover rendere necessarie tre categorie.
Proprio mentre a Milano c’è un problema di carenza di strutture, il movimento dilettantistico è più vivace che mai! Mai come oggi ho visto un sistema così organizzato e strutturato intorno al campionato Libertas.
Non possiamo che essere d’accordo, Libertas è un’operazione brillante che continueremo a raccontare su Milano Hockey City.
Chiaramente parliamo di un campionato amatoriale, con alcuni limiti – come appunto la difficoltà ad accedere alle ore ghiaccio – ma le diverse regole di A, B e C permettono a chiunque di poter trovare il proprio posto nel sistema, e questo può far crescere il numero di partecipanti.
C’è anche una buona rappresentanza femminile, giusto?
C’è una squadra tutta al femminile, le Valchirie che citavamo prima, e ci sono giocatrici in tante squadre. Le ragazze possono essere aggregate in due roster, è uno stimolo alla partecipazione.
Dai campionati senior mi sposto a quelli junior perché so che stai lavorando anche con i bambini.
Quest’anno collaboro con i Devils, dove credo ci sia un buon team di allenatori. Seguo la U8 e la U10 della loro Academy: do una mano durante gli allenamenti e accompagno le squadre a qualche raduno e torneo.
Bambini e bambine vengono suddivisi a caso e si fanno partitelle 4 contro 4. Abbiamo fatto da poco un triangolare con le squadre di Sesto, Varese e Chiavenna, si sono divertiti molto.
Anche per te è appagante?
I bambini hanno davvero un grande entusiasmo e voglia di imparare, certamente anche per chi li segue è un piacere e uno stimolo!
Bambini da una parte, Libertas dall’altra, una cosa è certa: a Milano l’hockey non è fermo. Ce lo conferma anche Rebecca – a cui manca solo la domanda dell’overtime!

OVERTIME
Fra Nazionale, Libertas, giovanili, tutte le tue squadre e amicizie, chi mi consigli di intervistare nelle prossime settimane?
Potrei farti veramente tanti nomi, ma credo sia il turno di Moris Brambilla: dal suo corso starter per adulti al PalaSesto hanno iniziato tante persone con cui gioco e che popolano i campionati della Libertas. Anche le Valchirie sono partite da lì.
Faremo presto una visita a Sesto allora, grazie Rebecca! 💪

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