Prima avversario con la maglia dell’Alleghe, poi simbolo dei Milano RossoBlu, e nel frattempo presenza costante tra le fila della Nazionale, compresa l’esperienza olimpica del 2006. Consigliato da praticamente tutti i precedenti intervistati di Milano Hockey City e invocato a gran voce dalla community: oggi chiacchieriamo con Nicola Fontanive.
PRIMO PERIODO: L’avversario
Come ti sei avvicinato all’hockey?
Alleghe è un posto dove o giochi a hockey o scii, non ci sono molte alternative. Tutte le generazioni della mia famiglia sono passate dall’hockey: mio nonno, mio padre, i miei fratelli, senza contare che giocavano tutti gli amici di infanzia.
Fin qui, come gli altri, poi cosa ti è successo?
Fino ai 12-13 anni l’hockey mi piaceva, ma non da impazzire, e a dire il vero non ero nemmeno così bravo. Poi è scattato qualcosa, non saprei dire esattamente che cosa: sono cresciuto e migliorato rapidamente, l’hockey è diventato quasi un’ossessione. Era tutto quello che volevo fare, ho trascurato anche la scuola per giocare.
Quella straordinaria determinazione ti ha portato molto presto ai primi traguardi.
A 17 anni ero in serie A, a 18 ho fatto il primo gol in Nazionale, a 19 il primo di nove Mondiale e a 20 ero alle Olimpiadi, e da quel momento sono sempre stato convocato con l’Italia. Forse, potendo rifare tutto da capo, la prenderei con un po’ di calma in più durante quei primi anni.
Respirare hockey fin da bambino all’interno di un contesto come Alleghe immagino trasmetta un’identità molto forte.
Fino ai 25 anni ho giocato per la squadra del mio paese, e per me significava molto esserne una pedina importante. A quel punto ho sentito il bisogno di provare anche altre strade: la scelta è stata la Norvegia con i Frisk Asker. È stata un’esperienza tutt’altro che negativa, ma sfortunata perché mi sono fatto male ad inizio stagione. Sono poi rientrato ad Alleghe, che dopo due stagioni ha scelto di auto-retrocedersi per ragioni di sostenibilità economica.
Fino a questo punto della storia, tu per Milano eri un avversario. Era diverso giocare contro Milano, l’unica grande città e per di più molto distante, rispetto alle altre squadre venete, trentine e atesine?
Sì, era decisamente diverso, e ti dico la verità: amavo giocare a Milano.
La prima volta all’Agorà è stata da spettatore: gara 4 delle Finali 2001/02, proprio il giorno del primo scudetto Vipers e proprio contro Alleghe. Mi sono innamorato: stadio pieno, atmosfera incredibile, da brividi.
L’anno dopo ho esordito in prima squadra ad Alleghe, a 17 anni, proprio contro i Vipers campioni d’Italia: una di quelle cose che fa pensare che prima o poi il destino mi avrebbe portato a Milano. Ci pensavo ogni volta che tornavo in città, quell’ambiente mi caricava così tanto che giocavo sempre veramente bene.
Cominciano ad essere parecchi i segnali di un matrimonio che s’aveva da fare.
Quando sono passato ai RossoBlu, non ci ho ragionato molto. Certo, Alleghe era retrocessa, ma avevo tante altre offerte e da Milano non arrivavano grandi rassicurazioni, fino a metà agosto non si capiva che squadra sarebbe stata assemblata. Però la sensazione era che fosse la scelta giusta, e ho seguito l’istinto.
E allora siamo pronti anche noi a rivivere quei momenti: l’avversario Nicola Fontanive arriva a Milano, stavolta per indossare la casacca rossoblu. Anzi, per diventare un simbolo di quello spirito combattivo, travolgente, appassionato della Milano hockeystica.

SECONDO PERIODO: L’idolo di tutti
Come hai vissuto il passaggio da un piccolo paese ad una grande città come Milano?
Passare a Milano mi ha cambiato completamente, come giocatore e come persona.
Io ero ossessionato dall’hockey, focalizzato, immerso, e Alleghe nutriva la mia fissa: in paese si parlava di hockey tutto il tempo, le persone che venivano alle partite erano le stesse che vedevo prima o dopo.
A Milano c’era il mondo hockey – che mi piaceva tantissimo per via di quel tifo, quell’atmosfera, quel sostegno no matter what – ma c’era anche un universo fuori, pieno di attività che non avevo mai considerato, con altre persone… che non parlavano di hockey!
Questo mi ha reso un giocatore migliore, molto più equilibrato: se parli con i miei compagni di squadra di allora come Marcello, ti diranno comunque che mi vedevano super focalizzato, ma io sentivo di viverla meglio.
Possiamo dire che gli anni di Milano sono stati quelli della maturità?
Sì, credo sia stato il culmine della mia carriera, l’ho capito subito quando sono arrivato.
Quando ho incontrato Adolf Insam mi ha detto che vedeva in me il leader della squadra: ho scoperto che era proprio quello che cercavo, sentirmi caricato di responsabilità.
È un ruolo che avevo anche prima, ma nessuno me l’aveva mai detto esplicitamente, e l’ho letto come un’indicazione di essere sulla strada giusta.
Da un lato il sostegno dell’allenatore, dall’altro quello dei tifosi, finalmente dalla tua parte.
Ad Alleghe non succedeva di sentire il mio nome cantato da 3.000 persone. Questa sensazione, che ho trovato solo a Milano, per me era veramente molto intensa, ne ero affascinato.
Quando a fine delle interviste ho chiesto di consigliarmi chi intervistare, Marcello, Giorgio e altri ancora hanno fatto tutti il tuo nome, un plebiscito. Perché ti amano tutti a Milano?
Non lo so (ride). Credo che il mio secondo anno a Milano (2014-15), con Curcio allenatore, sia stata l’ultima stagione in cui la gente ha rivisto quello spirito originario della Saima. Di quel gruppo io ero uno dei leader, e sicuramente ha influito sul ricordo che ho lasciato.
Effettivamente, ci avevi visto giusto: era un matrimonio da farsi. È un peccato sia durato solo due anni?
Pochi mesi fa ho parlato con Lino De Toni, il mio idolo da ragazzino e uno dei giocatori che stimo di più in assoluto. Mi ha detto: “Nicola, Milano era il tuo posto, avresti dovuto arrivarci 10 anni prima: quel calore e quell’atmosfera erano fatti su misura per te”.

Prima di chiudere la carriera, sei stato anche due stagioni a Cortina, compreso il primo anno di Alps, come valuti la lega?
Ogni anno il campionato italiano era un’incognita, cambiava il numero di squadre, non c’era stabilità. Certo, preferirei un campionato nazionale ad uno dove si gioca in palazzetti vuoti perché le austriache schierano le seconde squadre. È facile dire che l’Alps non è la soluzione ideale, ma qual è l’alternativa?
Dopo Cortina, il ritiro e il trasferimento in US. Non ti è mai tornata la voglia di giocare?
Sinceramente no, da quando ho smesso non c’è stato un giorno in cui ho avuto rimpianti. So che è un fatto curioso per uno che era ossessionato dall’hockey, ma di nuovo è scattato qualcosa che non so definire. Forse era semplicemente il momento giusto per smettere.
Ma noi non smettiamo di parlare con Nicola perché manca una parte fondamentale della sua carriera: la Nazionale, di cui è stato protagonista per oltre dieci anni, tra Mondiali e l’esperienza olimpica di Torino 2006.

TERZO PERIODO: La Nazionale e le Olimpiadi
La tua esperienza in Nazionale è stata molto lunga, ma il palcoscenico più importante è arrivato altrettanto presto: Torino 2006.
È stata un’esperienza speciale, anche se mi spiace che ero appena entrato in Nazionale, mentre solo qualche anno dopo sarei stato fissa in prima o seconda linea.
Invece, ero la prima riserva e ho giocato solo quando si è fatto male Scandella nella seconda partita. Mi sono perso la cerimonia di apertura e nel Villaggio credo di essere stato in totale 5 giorni.
Però ho giocato tre partite, anche più minuti di qualcuno che era lì dall’inizio: in fin dei conti, l’esperienza in generale è stata anche migliore di quello che potevo aspettarmi.
Come è stato l’impatto arrivando a competizioni iniziate?
Il giorno della convocazione ho dovuto aspettare che Scandella uscisse prima di poter entrare: praticamente sono arrivato che mancava un’ora e mezza alla partita contro la Germania. Sono andato in palestra per scaldarmi, mi sono guardato intorno e ho intravisto un giocatore di passaggio. Sul pass si leggeva ‘Mats Sundin’. Ho pensato: ok, sono veramente qui.
Provo invece ad indovinare il ricordo migliore: giocare contro Jagr?
È stato incredibile affrontare lui e altri top player, ho mille ricordi, ma non c’è solo quello.
L’emozione più forte è stata nell’ultima partita contro la Svizzera, quando ero in linea con Chitaroni e Busillo: due che avevano vinto l’Alpenliga ad Alleghe nel 1992, e il ragazzino che andava a vederli.
Ecco, un aspetto poco considerato della Nazionale è che crea questo tipo di rapporto con giocatori di generazioni diverse, oltre che ovviamente di squadre diverse.
Un percorso che ti ha permesso di essere protagonista anche in nove Mondiali.
Le Olimpiadi sono passate veloci, mentre ai Mondiali ho avuto tante occasioni di giocare e di essere un protagonista.
In tutti i Mondiali Gruppo B a cui ho partecipato, la Nazionale è risalita di categoria: eravamo la squadra da battere e abbiamo rispettato le aspettative.
Dei Mondiali veri e propri ho tantissimi ricordi positivi: una bella partita con il Canada nel 2010, un rigore segnato agli Stati Uniti, un gol alla Repubblica Ceca al mondiale di Quebec, che è stato il mio miglior torneo. E di nuovo, il fascino di giocare contro gente come Tavares, Ovechkin, Stamkos, Zetterberg, Karlsson,…

Torniamo a Torino 2006: secondo te com’è andato il lascito?
Non ho idea di quanti giovani abbiano iniziato a giocare per via delle Olimpiadi, però sicuramente ricordo dei bei segnali, ad esempio per un’amichevole precedente alle Olimpiadi c’erano migliaia di persone. Soprattutto, passate le Olimpiadi è rimasto il Tazzoli: uno stadio (attualmente in rifacimento, ndr) che ha permesso l’attività di base.
Ecco, passiamo dal 2006 al 2026 e il tema impianti è molto attuale.
La situazione dell’Agorà è un vero peccato, ho il timore che la chiusura abbia portato molti a lasciare.
Qual è la tua previsione per le Olimpiadi 2026? Soprattutto da un punto di vista sportivo.
Il neofita che andrà a vedere le Olimpiadi, rimarrà sicuramente colpito, il punto è che cosa gli verrà offerto la settimana successiva. Chi ha scoperto l’hockey nel 2006, finiti i Giochi, ha trovato i Vipers e i RossoBlu: con quell’atmosfera era facile coltivare interesse. Non avere una squadra a Milano significa non dare continuità, non portare avanti un’identità in cui riconoscersi, per i bambini non vedere modelli da emulare.

È l’ultima partita dei gironi, Italia-Svizzera 3-3. Foto: Milano Hockey City.
OVERTIME
Mi dicono che sei un lettore di Milano Hockey City.
Confermo, ho già scoperto qualcosa che non conoscevo leggendo l’intervista a Etienne: 10 squadre amatoriali che ruotano intorno a Milano è un numero assurdo! Vuol dire che l’interesse è rimasto, eccome.
Per la verità, nel mio periodo RossoBlu mi ricordo uno stupore simile vedendo che, una volta finito il nostro allenamento, entrava un’altra squadra alle 22.00 – mi pare fossero i Black Angels.
Mi fa piacere che leggi le interviste: allora sai che sto per chiederti un consiglio sul prossimo intervistato (e almeno tu non potrai rispondere ‘Nicola Fontanive’ 😬).
E infatti mi sono preparato! E anche se ci sono tanti giocatori che potrei nominare – uno su tutti Luca Ansoldi, che è stato fondamentale nella mia decisione di vestire RossoBlu – la mia scelta va in un’altra direzione.
Daniele Toppan, il nostro aiuto attrezzista. Di lavoro faceva altro e dall’hockey non guadagnava nulla, era lì solo per passione: faceva tutte le trasferte, qualsiasi cosa avevi bisogno, lui c’era.
Ancora oggi mi manda gli auguri di compleanno e a Natale, anche se non ci vediamo da anni. Rappresentava qualcosa più del tifo, era proprio passione: stava male quando perdevamo, era felicissimo quando vincevamo, staccava dal lavoro per venire a dare una mano quando ci allenavamo.
Non so come sia arrivato all’hockey ma era chiaro che amava quello che faceva.
Mi piace moltissimo questa risposta! Nel rispetto della promessa di Milano Hockey City di parlare con chiunque sia appassionato di questo sport e della nostra città, raggiungeremo anche lui.
Grazie Nicola, speriamo di vederti presto in città – chissà, magari per le Olimpiadi 2026!

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