“Se vuoi fare un progetto sull’hockey a Milano, devi parlare con lui.” Me lo hanno detto in parecchi, e ho seguito il consiglio. Questa è l’intervista a un tifoso, un appassionato, un giornalista, un cantore, un portacolori che ha respirato ogni istante della storia recente dell’hockey meneghino. Milano Hockey City incontra l’ultimo dei romantici, Giorgio Prando.
PRIMO PERIODO: Sangue rosso e blu
Come inizia la tua storia, Giorgio?
13 ottobre 1991, vivevo a Rozzano, non sapevo nulla di hockey fino a quel momento. Il mio professore di ginnastica aveva dei biglietti, in quel momento ne regalavano alle scuole per far scoprire ai giovani l’hockey, la Saima e la sua nuova casa, il Forum.
La partita era Milano – Rouen, ed è stata una folgorazione. 7.000 persone, una festa, un’esplosione di tifo, con una squadra campione d’Italia in pista: prima dell’hockey, ti innamoravi del clima.
Difficile poi non tornare una seconda volta, e poi ancora e ancora…
Al tempo studiavo ma l’hockey era la mia priorità, seguivo tutte le partite, in casa e in trasferta. Ed è stato logico iniziare anche a scrivere: all’inizio facevo le pagelle su MilanoSiamoNoi, poi è iniziato il mio percorso giornalistico: sono diventato pubblicista e ho collaborato con Cronaca Qui e nelle radiocronache di Tutto l’Hockey minuto per minuto. Infine, per 6 anni ho scritto di hockey sulla Gazzetta.
Da tifoso a professionista, è stata anche un’opportunità per te scoprire l’hockey?
Certamente, ma il tifoso è sempre venuto prima: facevo le trasferte a mie spese, e pur avendo l’accredito stampa pagavo l’abbonamento. In mezzo incastravo dei lavori improbabili.
Immagino la delusione nel vedere la situazione attuale: quando si è rotto l’incantesimo per te?
Il 2015, con l’auto-retrocessione, è stato il momento di chiusura del mio percorso di tifo, sebbene continuassi ad andare a vedere la squadra. A maggior ragione gli ultimi anni di accanimento terapeutico hanno sfilacciato l’unica cosa sempre rimasta immutata nel tempo, pur cambiando le società, ovvero la continuità di tifo.
Come ti senti oggi?
Perso, dispiaciuto. Io e il mio gruppo siamo anche cresciuti come età e non c’è stato ricambio, non essendoci una squadra di riferimento. Oggi i ragazzi non hanno qualcosa di cui appassionarsi, non hanno un’identità in cui riconoscersi. Il timore è che di tutta questa incredibile storia, fra 20 anni, rimanga poco.
Io l’hockey vado a vederlo all’estero, ma non ti nascondo che mi manca l’identità. Ho un’età in cui penso che potrei non averla più. Spesso con i miei amici dico: sarebbe stato bello invecchiare con la nostra squadra, come succede ai tifosi di Inter, Milan, Olimpia.
Sarebbe stato bello per chi, come Giorgio, ha visto da vicinissimo che cosa era l’hockey per Milano e Milano per l’hockey. Sarebbe bello che potesse riviverlo. E anche che tutti noi avessimo l’opportunità. Intanto proviamo a ricostruire almeno lo spirito, Milano Hockey City esiste per questo.
SECONDO PERIODO: Altre rinascite
Non è la prima volta che l’hockey scompare da Milano, la storia moderna, dalla Saima in poi, a cui sei legato è nata dalle ceneri dei Diavoli Milano. Può essere motivo di ottimismo?
Vero, la storia moderna nasce negli anni ‘80 al Saini, pista all’aperto, con spesso la nebbia, con un settore giovanile che veniva dall’eredità del Turbine e dei Diavoli. Poi si è tornati al Piranesi, con l’appoggio dei Cabassi.
Però c’era una differenza, ovvero la continuità di tifo. Se tu guardi le foto dei tifosi al Saini o i primi anni al Piranesi, noti qualche sciarpa con i colori biancorossi, proprio a significare che alcuni tifosi erano gli stessi.
Oggi non sarebbe più così: se domani dovesse nascere una nuova realtà professionistica a Milano, sarebbe molto difficile trasmettere l’identità rossoblu. Io andrei anche a vederla perché mi piace lo sport, ma il tifo sarebbe un affare diverso.
Allora, per trovare ottimismo e ispirazione, provo a cambiare città per un attimo: come giudichi la rinascita di Varese?
Varese era in forte crisi di interesse e di seguito, con un palaghiaccio in cui pioveva dentro. La rinascita è passata dalla riqualificazione del palazzetto, questa sicuramente è un’indicazione.
Certamente avere un palazzetto è una necessità per ripartire, e qualcosa sembra muoversi di recente all’Agorà.
Speriamo! Da qui al 2026 andrebbe garantita l’attività di base all’Agorà: anche se forse non sarebbe il palazzetto giusto per riportare una squadra di livello professionistico, è una pista presente nel dossier per gli allenamenti.
E ancora di più mi preoccupa la legacy: per me il lascito sportivo sarebbe dovuto essere il PalaSharp, mentre alla fine il suo posto lo prenderà un impianto temporaneo.
E qui invece, sempre curiosando nel nord-ovest, abbiamo l’esempio di Torino 2006.
A Torino le Olimpiadi hanno lasciato un impianto: non poteva essere il PalaIsozaki ovviamente, ma il Tazzoli è stato costruito proprio con questa funzione. Due piste, un numero di posti ridotto (n.d.r. circa 2.300) in una città dove l’hockey c’è sempre stato, ma non con il seguito di Milano.
Quelli che sento sono ragionamenti non da Milano: una città con milioni di abitanti, con una tradizione centenaria, deve avere un palaghiaccio.
E deve garantire l’attività di base, dicevi.
Sì, dovrebbe essere un tema per l’amministrazione e per chi si occupa di Olimpiadi. Come interviene il pubblico nel creare una cultura sportiva in vista dell’evento? Gli impianti sportivi sono fondamentali per i ragazzini. Lo sport merita considerazione.
La visione di Giorgio è più che comprensibile. Però Milano Hockey City nasce con la speranza che le Olimpiadi possano essere un’opportunità. Se non altro per provarci. E allora proviamoci.
TERZO PERIODO: Le Olimpiadi
Cosa ti aspetti dalle Olimpiadi da un punto di vista sportivo? Sapranno avvicinare ragazzi e ragazze all’hockey?
I giovani vedranno uno spettacolo eccezionale, i bambini saranno affascinati, per loro i giocatori sembrano guerrieri, supereroi, creano un immaginario.
Tu che partite andrai a vedere?
Tutte! Anzi spero di essere coinvolto: nelle ultime Olimpiadi ho fatto il telecronista per Eurosport. Se ci saranno i giocatori NHL… sto male solo a pensarci.
A proposito di NHL e mentre aspettiamo le Olimpiadi, sei stato agli NHL Global Games.
Esatto, a Stoccolma. Mi piace vedere l’hockey all’estero, ad esempio a gennaio ho fatto un giro in Canada tutto dedicato all’hockey: Ottawa, Montreal, Toronto, ho visto persino l’AHL.
E prima ancora sono stato a vedere i Mondiali: una delle esperienze più strane della mia vita è stato passare dai Mondiali a Quebec City – con Ovechkin e un sacco di altri grandi nomi – alle finali di una lega minore, la LNAH, a Trois Rivieres il giorno dopo. Il livello era parecchio diverso, ma che seguito!
Parlavamo anche della Svizzera. 🇨🇭
Vado spesso a vedere il Lugano, quando ho iniziato a seguire la Saima c’era un gemellaggio tra le tifoserie. Consiglio a tutti a vedere il derby con l’Ambrì Piotta, una delle rivalità più sentite d’Europa. È un hockey di alto livello.
Ecco, Canada e NHL sono decisamente troppo lontani, mentre cosa abbiamo da imparare da realtà più vicine a noi, come la Svizzera?
Anche in Svizzera all’inizio si giocava solo in certe zone, poi si è investito nelle città. Ginevra ha vinto il campionato per la prima volta nel 2023. In Austria si giocava a Zell am See, ma la RedBull è andata a Salisburgo a fare l’Academy.
Lo stesso in Germania o in Slovenia: si gioca in tutto il Paese. E i posti tradizionali resistono. La Francia è un altro caso particolare, punta tutto sulla finale di Coppa: si gioca a Bercy, è un evento solo ma raggiunge moltissime persone. Dietro a tutto c’è la cultura sportiva, l’investimento nello sport.
Ed è sicuramente questo che auspicabilmente porteranno le Olimpiadi a Milano. Siamo quasi alla fine, fammi qualche nome: chi ti piacerebbe che intervistassi nelle prossime settimane?
Fra i giornalisti, Francesco Rizzo alla Gazzetta dello Sport e Pietro Nicolodi di Sky.
Se vuoi il nome di un giocatore, dico Nicola Fontanive. Può raccontarti l’esperienza a Milano, ma anche quella nelle valli perché arriva da Alleghe, inoltre ha giocato in Nazionale, ha fatto le Olimpiadi e 8 mondiali.
E siamo a due voti per Fontanive, non me lo lascerò scappare. C’è tempo solo per un’ultima domanda, quella dell’overtime: dentro o fuori, mettiamo in difficoltà Giorgio (scherzosamente, si intende).
OVERTIME
Cosa pensi dei nuovi arrivati Milano Devils? 👿
Indifferenza. Hanno scelto di richiamarsi ad una squadra che non sarà mai la mia.
Fair enough. O per dirla in italiano, poteva andare peggio.


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