Marcello Borghi

320 partite con il Milano, e un palmares tra RossoBlu e Mastini Varese che conta tre campionati di A2/B/IHL, tre Coppe Italia, un titolo di top scorer… e un conto aperto con la maledetta Supercoppa. In mezzo quella vittoria in Val Gardena nel 2012, un miliardo di emozioni vissute da dentro la pista e un pensiero o due sul futuro. Milano Hockey City incontra Marcello Borghi

PRIMO PERIODO: Vincere a Milano

Ripercorriamo la prima parte della tua carriera, dalle giovanili a Milano?

Sono cresciuto nelle giovanili del Varese e in quel periodo ho partecipato anche a due Mondiali Under 18. L’esperienza con la Nazionale mi ha fatto capire che, rispetto ai compagni di squadra che arrivavano dall’Alto Adige, la mia preparazione era inferiore.
Perciò ho provato a fare un’esperienza negli Stati Uniti: Thomas Larkin, con cui avevo giocato a Varese e primo italiano draftato in NHL, mi ha aiutato a trovare una squadra: ho fatto un provino, mi hanno preso, e così ho fatto un anno in junior B. Ho valutato anche di rimanere un secondo anno per provare ad andare al college tramite l’hockey, poi…

… è arrivata la chiamata del Milano.

Già! A Milano si erano uniti un po’ di puntini: era il primo anno in collaborazione con la KHL, mio fratello Francesco giocava già lì, conoscevo l’allenatore Massimo Da Rin. Perciò ho deciso di tornare in Italia e iniziare il mio periodo con i RossoBlu.

8 stagioni a Milano, 2 campionati vinti in A2/B, 2 coppe Italia vinte.

E due Supercoppe perse.

Ah ok, vogliamo partire dalle sconfitte? 😅

Togliamoci il pensiero, sì. C’è anche un’altra finale di Coppa Italia persa, il ricordo più dolceamaro. Era l’anno 2014-2015, forse la mia formazione preferita, con Curcio allenatore, in squadra Fontanive e Vallorani: in campionato siamo usciti in semifinale con l’Asiago mentre in Coppa Italia abbiamo appunto perso in finale contro il Renon, con l’Agorà al completo. E poi i RossoBlu hanno deciso di auto-retrocedersi: chissà se avessimo vinto cosa sarebbe successo!

Gli anni del ritorno in serie B (2015-16 e 16-17) come sono stati?

L’auto-retrocessione era in ottica di una ripartenza, e in effetti poi abbiamo vinto due Coppe Italia: una a Selva di Val Gardena, l’altra a Milano – l’unico trofeo che ho vinto sul ghiaccio milanese. Con un pubblico incredibile, senza differenza per la categoria in cui ci trovavamo.

Marcello con la Coppa Italia 2017/2018, l’ultima stagione vincente per la Milano dell’hockey su ghiaccio. Foto di Carola Semino.


Eccoci tornati sui ricordi positivi.

Sono felice di aver fatto oltre 320 partite con una squadra che ha schierato dei campioni assoluti durante la propria storia, aver vinto e aver visto il palazzetto pieno. Sono orgoglioso di quello che io e i miei compagni facevamo sul ghiaccio.

Qual è il tuo momento preferito in assoluto?

Il più incredibile di tutti è stata sicuramente la vittoria del campionato di A2 contro il Gardena (2011-2012). Per tutta la stagione c’erano i fari puntati su Milano per via della partnership con la KHL, c’era un roster di livello, c’era consapevolezza e la giusta pressione per fare il salto di categoria.
Personalmente è stato anche il momento in cui, da diciottenne, ho sentito di essere arrivato fra gli adulti. E ho vinto subito!

Raccontami quello che stava intorno alla squadra in quegli anni. Come si viveva l’hockey in città? E che cosa rappresentavano i RossoBlu rispetto al proprio passato, Saima e Vipers?

Nonostante io sia fra i giocatori con più presenze nella storia del Milano, quando vai a parlare con i tifosi loro si ricordano – giustamente – di Gellert e della Saima.
Non è un dispiacere per me, semmai mi spiace non essere riusciti a far rivivere fino in fondo quel livello di passione. D’altronde anche la versione Vipers, che ha vinto 5 campionati di fila, nei pensieri dei tifosi era un gradino sotto alla Saima.
Ma, ripeto, giustamente: alcuni hanno visto 11.000 persone al Forum per il derby ai tempi d’oro dell’hockey!

Da togliere il fiato, sono sicuro! Su queste pagine avremo modo di parlare anche con tanti protagonisti dei tempi d’oro. Intanto continuiamo con Marcello!

Sempre Marcello, sempre con un trofeo in mano: è il 2017 e ha appena vinto la Serie B. Con lui Alessandro Re. Foto di Carola Semino, Instagram @hockeymilanorossoblu

SECONDO PERIODO: Palazzetti e Mastini 

Hai avuto modo di vedere palcoscenici diversi nella tua carriera: come cambia il livello di gioco e organizzazione fra Alps, Serie A e seconda serie italiana?

Dipende dagli anni. L’anno della vittoria in A2 2011-2012 avevamo una gran squadra: Ansoldi aveva fatto le Olimpiadi, Lutz arrivava dalla Serie A. E il campionato stesso era molto competitivo, si giocava molto di più che non la IHL oggi, ogni venerdì e domenica. Gioco, organizzazione, sistema, tutto era ad un livello elevato. Quando siamo tornati in serie B, la seconda serie italiana aveva decisamente perso valore.

Dell’anno in Alps a me è piaciuta la sensazione di sentirsi più vicini ai campionati esteri e giocare in posti nuovi, come Salisburgo, e con tante squadre. A me come idea l’Alps non dispiace, poi ci sono tanti aspetti da considerare.

Oggi molti giovani italiani riescono ad andare all’estero, in Svizzera e in Germania, che è un’ottima notizia. Ma ai tempi l’Alps era un bel modo per fare un’esperienza internazionale. Poi quell’anno (2018/2019) è finito malino, abbiamo avuto persino problemi con l’impianto. E poi in pratica Milano è sparita dalla mappa e mi sono spostato a Varese.

Anche lì campionato e coppa Italia. Il palmares non è male.

E un’altra supercoppa persa. La supercoppa non è il mio. Scherzo, sono contento del mio palmares, ma forse scambierei qualche trofeo con un altro anno in serie A. Parlando del periodo a Milano, pensa alla rivalità con il Bolzano: io l’ho vissuta solo per un anno (2012-2013) perché poi loro sono andati in EBEL, mi sarebbe piaciuta viverla di più.

Mi ricordo la mia prima partita di Serie A in casa contro il Bolzano: quando loro sono entrati in campo sono piovuti 4.000 fischi, qualcosa che per me non aveva precedenti.

E di persone che hanno vissuto scene simili con la maglia del Milano, ora è pieno il roster di Varese…

Sicuramente ha aiutato la disposizione geografica dell’hockey italiano: quando si è chiusa l’esperienza RossoBlu, tanti come me, Vanetti, Schina, si sono spostati ai Mastini. Non c’erano molte alternative, ma onestamente credo che tutti siano soddisfatti di essere passati a Varese: seppur più in piccolo, è un’altra piazza storica dell’hockey.

Inoltre, da quest’anno la società sta portando avanti anche un ringiovanimento del roster, con l’inserimento di alcuni giocatori delle giovanili in prima squadra. Ma soprattutto c’è un palazzetto, nuovo e confortevole, che è sopravvissuto al covid e che ha dato valore a tutto ciò che ci ruota intorno, squadra, tifosi, giovanili.

Marcello insieme ad Andrea Schina e Alessio Piroso: un trio giallonero che in precedenza vestiva rossoblu. Foto: Milano Hockey City.


È certamente imprescindibile che anche a Milano ci sia un impianto per lo sport di base, soprattutto in vista delle Olimpiadi, e ancor di più per quello che verrà dopo. Che ne pensi?

Dovessi scegliere io, quell’impianto sarebbe l’Agorà, ovviamente ristrutturato. Ci sono moltissimi lavori da considerare – pista, tetto, spogliatoi, chissà che altro – ma poi sarebbe perfetto. Può contenere circa 3.500 persone, sono numeri che andrebbero bene in ICEHL (ndr: lo stadio del RedBull Salisburgo campione in carica ha proprio lo stesso numero di posti). E poi con l’anello completo, hai i tifosi dappertutto.

Non ho giocato davanti agli 11.000 del Forum, ma ho visto 4.000 persone all’Agorà nelle finali contro il Gardena. E facevano il doppio del rumore che sentivo da altre parti. Vedere l’Agorà pieno era bellissimo.

Un’immagine che non avrebbe bisogno di una didascalia: tifosi e giocatori in festa, Milano che detta legge nell’hockey su ghiaccio. Foto concessione di Marcello Borghi.

TERZO PERIODO: Le Olimpiadi 

Intanto che aspettiamo notizie sull’Agorà e sogniamo di rivederlo stracolmo e straripante, parliamo del PalaItalia. Almeno per le Olimpiadi un palazzetto ci sarà. Basterà ad attirare l’interesse delle persone?

Un’esperienza dal vivo, un palazzetto con 15.000 persone, i migliori giocatori al mondo, la possibilità di coinvolgere i giovani e le scuole. Può non piacere?

Lo chiedo a te: può non piacere? Per tanti ragazzi e ragazze sarà la prima volta che vedranno l’hockey, sicuramente la prima volta a Milano.

Non ho mai sentito nessuno andare ad una partita di hockey e dire che non gli è piaciuta. Il punto debole dell’hockey è semmai che è un prodotto televisivo complicato, ma l’esperienza dal vivo, la prima volta, è una puntata certa.

Si può dire che sei ottimista sulle Olimpiadi?

Sono una bellissima opportunità, ma da un punto di vista sportivo la valutazione va fatta sul lascito. Il precedente di Torino 2006 non è positivo. Anzi, il livello in Italia era molto più alto prima dei Giochi: a Milano c’erano i Vipers, nel campionato c’erano tanti giocatori italiani e stranieri importanti.

Oltre alle Olimpiadi, che altro abbiamo per appassionare qualcuno/a che non segue o pratica l’hockey?

Il gaming può essere un punto d’ingresso, per fare engagement e attirare i giovani.

Non posso che essere d’accordo, diciamo che prima o poi ci saranno novità su questo fronte da parte di Milano Hockey City. 🎮Ora, penultima domanda: chi vorresti che intervistassi nelle prossime settimane?

Uno su tutti, Fontanive. Lui ha giocato le Olimpiadi, per me è stato uno degli ultimi grandi idoli. Un giocatore che, nonostante sia stato solo due anni a Milano, ha incarnato in pieno lo spirito RossoBlu.

Registrato, ci proveremo. Ci rimane solo la domanda dell’overtime, quella da dentro o fuori, quella per mettere in difficoltà Marcello (scherzosamente, si intende). 

Marcello Borghi e Martino Valle Da Rin nel 2018, in quel momento appena convocati dalla Nazionale maggiore per l’Euro Ice Hockey Challenge. Foto: Instagram @hockeymilanorossoblu

OVERTIME 

Torniamo all’hockey giocato: un giorno – ti auguro molto lontano – ti ritirerai: sarai un ex giocatore del Milano o del Varese?

Bella domanda!

Milano mi ha dato tantissimo come crescita personale, sportiva, professionale. E sicuramente mi è rimasto il rammarico per come ho lasciato: la mia ultima stagione, quella dell’Alps, si è chiusa male non tanto per me, ma per la società, senza che noi giocatori potessimo fare granché.

Avrei voluto lasciare una squadra con un futuro, con la possibilità di costruire sulle Coppe Italia e i campionati di B vinti. L’ultima partita all’Agorà mi ricordo un’emozione fortissima, ma non è come avrei voluto concludere la mia esperienza con i RossoBlu.

Varese mi ha dato altrettanto: è dove ho iniziato, insieme ai miei fratelli, con i genitori che ci accompagnavano, e dove sono tornato contribuendo a riportare i Mastini alla vittoria. Stiamo facendo un percorso e sono felicissimo di essere un giallonero, così come sono orgoglioso di essere stato rossoblu.

Ho avuto la fortuna di vincere in entrambe le città, due luoghi con una storia alle spalle. Alla fine non saprei dire, 50/50 lo accetti?

Posso accettarlo, ma allora ti tocca anche la domanda del double overtime 😄😄
Se mai ci sarà una società a Milano e avrà i giusti requisiti, ti piacerebbe farne parte?

Sicuramente sì. Certo, ora è complicato immaginare un futuro con un presente senza nemmeno un palazzetto, ma l’idea di tornare, in qualsiasi forma, per mettere un punto esclamativo e scrivere un finale migliore, certamente mi piacerebbe!

Brindiamo al futuro, allora! 🍻