Mike Zanier

Questa intervista parla di famiglie. La famiglia che lo ha sostenuto sin da bambino, la grande famiglia dell’hockey che abbraccia America ed Europa, e infine quella famiglia che lo ha accolto e celebrato a Milano, i tifosi rossoblu. Non poteva esserci un inizio migliore per Milano Hockey City che una chiacchierata con la leggenda Saima, Mike Zanier.

PRIMO PERIODO: Una Stanley Cup, per cominciare

In Canada, dove sei nato, l’hockey su ghiaccio è una religione, quindi posso immaginare come tu ci sia entrato in contatto. Che cosa ti ha spinto a farlo diventare la tua professione?

Sono nato in una hockey family: mio padre giocava a livello professionistico e mio zio faceva parte dei Trail Smoke Eaters che hanno rappresentato il Canada al World Championship nel 1961, vincendolo. Quasi tutti i miei fratelli e cugini hanno giocato a buoni livelli, alcuni hanno persino raggiunto la NHL. Eravamo in otto, io ero il secondo più giovane: semplicemente volevo essere come i più grandi.

E, molto presto nella tua carriera, la possibilità in NHL arriva anche per te. Com’è andata?

È successo davvero molto velocemente. L’anno prima ero con i Trail Smoke Eaters nella WIHL, una lega senior di livello molto diverso dalla NHL.
Un giorno giocavamo a Winnipeg e anche gli Edmonton Oilers erano in città per affrontare i Jets nei quarti di finale della Stanley Cup nel 1983. Conoscevo solo vagamente Grant Fuhr e altri giocatori, ci eravamo affrontati nelle leghe junior. In quell’occasione ho avuto la possibilità di chiacchierare con loro: sembravano una realtà così distante, non pensavo che li avrei rivisti così presto.

Invece un anno dopo erano tuoi compagni di squadra. Probabilmente la squadra NHL più straordinaria di sempre. E tu ci arrivi direttamente alle Finals di Stanley Cup! Come hai vissuto quei momenti?

Dopo il camp di inizio anno, ho giocato l’intera stagione in AHL. All’inizio dei playoff sono stato convocato come terzo portiere: sono rimasto a Edmonton per tutto il tempo, allenandomi e allenandomi, ma senza giocare.
Poi durante le finali, proprio Fuhr, il portiere titolare, si è infortunato: così Moog è diventato lo starter e io sono stato il backup goalie nelle partite 4 e 5, quest’ultima decisiva. Quando abbiamo vinto ero lì, mi ricordo l’istante in cui sono saltato dentro la pista e il momento in cui ho alzato la coppa.

A cosa stavi pensando mentre sollevavi la Stanley Cup?

È una sensazione incredibile, ancora oggi mi viene la pelle d’oca a pensarci. È successo così tanto in così poco tempo che in qualche modo tutto era confuso. Ricordo tutti noi nello spogliatoio dopo la partita a festeggiare, e mio padre che era lì presente. Avevo solo 21 anni: it doesn’t get any bigger!

Ogni tanto ci riuniamo con il team di allora, iniziamo a parlare e ognuno tira fuori momenti, situazioni, sentimenti diversi. È sempre emozionante e tutto questo rimarrà per sempre con noi.

È il ricordo più bello della tua carriera?

Direi uno dei miei migliori. Facevo parte del team, ma non ho contribuito tanto quanto avrei fatto in seguito con altre squadre. Chi fa sport sa cosa intendo. Ho vinto altri campionati da portiere titolare, con un ruolo decisamente più da protagonista. Vincere un campionato – non importa a quale livello – è speciale.

Questo ci porta in Italia, dove hai vinto due Scudetti. Come sei arrivato a scegliere il nostro Paese?

Mentre ero a Edmonton ho conosciuto Ron Chipperfield, che all’epoca era il capitano degli Oilers e in seguito era venuto in Italia per l’ultima parte della sua carriera da giocatore e poi per allenare. Sapeva che avevo il passaporto italiano e più volte mi ha chiesto di raggiungerlo. Ad un certo punto ero nelle minors e lui allenava a Bolzano, quindi ho colto l’occasione. Abbiamo vinto lo scudetto già al primo anno, poi l’ho seguito all’Asiago nel 1989-90 e l’anno successivo a Milano.

Dopo aver praticato uno sport professionistico in Nord America, un atleta ha praticamente tutte le opzioni sul tavolo. Chipperfield a parte, perché hai scelto proprio l’Italia?

Trail, il luogo in cui sono nato e cresciuto nella British Columbia, è una città composta principalmente da immigrati italiani, compresi i miei nonni friulani. Grazie a loro ho potuto ottenere il passaporto italiano e rappresentare l’Italia: questa è stata sicuramente una motivazione ulteriore. Tutto discende dal fatto di essere nato all’interno di una hockey family in una hockey city.

Ed essere italiano in Italia aveva semplicemente senso. Cosa ricordi dei tuoi primi momenti nel nostro Paese?

Ho raccontato che mio zio era nei Trail Smoke Eaters campioni del mondo nel 1961: ecco, dopo il torneo in Svizzera, quella squadra – composta da molti italo-canadesi – si trasferì a Cortina per una partita di esibizione.
Il caso ha voluto che la mia prima partita con l’HC Bolzano è stata proprio a Cortina. Dopo la partita, sono andato al bar della pista: non potevo credere ai miei occhi, quasi 30 anni dopo c’erano ancora le cartoline dei Trail Smoke Eaters appese alle pareti!

L’hockey è una grande famiglia che non dimentica i propri figli. E nessuno si ricorda meglio degli appassionati milanesi. E quindi… 

Mike Zanier con la maglia degli Edmonton Oilers, squadra con la quale ha conquistato la Stanley Cup. Foto cortesia di Mike Zanier.

SECONDO PERIODO: Vincere a Milano

Finalmente Milano!

Che momento fantastico! Tante brave persone coinvolte, giocatori e allenatori capaci di relazionarsi con le persone, di parlare con loro. Un ricordo entusiasmante della mia carriera!

Ancora una volta, hai vinto lo scudetto al primo anno.

Tutto ha preso la giusta direzione durante il mio primo anno a Milano. Noi giocatori amavamo essere lì: eravamo un’ottima squadra, ci divertivamo insieme e giocavamo un hockey veloce ed emozionante. E i tifosi! Oh, sono stati così importanti per noi.

Potevi passeggiare in Piazza Duomo e c’erano tantissime persone che indossavano le maglie da gioco del Milano. Non è facile immaginarlo ora, vero? È solo un esempio, perché in realtà è complesso raccontare che cosa sia stato quel momento, quanto ha significato per la città di Milano.

Conta ancora molto per tutti gli appassionati milanesi. Anche se poi Milano ha vinto ancora, lo scudetto del 1991 rimane probabilmente il più importante di sempre, l’epoca d’oro dell’hockey milanese recente.

Credimi, lo so! Ogni marzo la gente mi manda ancora foto e video dello Scudetto. È stato un momento folle, la gente lo ha reso così speciale.

I tifosi della Saima erano considerati i più calorosi d’Italia. Com’è stato averli un paio di passi dietro la tua porta?

Quando ci siamo trasferiti dal Piranesi al Forum a metà stagione, siamo passati da 1.500 a 11.000 tifosi in certe occasioni. Tutta quella gente che guardava le partite: era la stessa sensazione di andare a San Siro! I tifosi erano davvero una forza trainante e capivano anche molto bene l’hockey.

Qualche episodio particolare?

Mi hanno insegnato qualcosa di molto rilevante nel modo in cui vedo lo sport oggi. A volte ci dicevano “Avete vinto, ma non avete giocato bene”. Non capivo che cosa intendessero fino in fondo finché non ho finito di giocare, e ho cominciato a vivere l’hockey da spettatore.

Noi eravamo preoccupati di vincere, ma i tifosi volevano soprattutto divertirsi, volevamo l’intrattenimento. Ora che guardo le partite invece di giocarle, comprendo davvero il loro pensiero: voglio partite che mi facciano dire “wow”, voglio guardare ogni volta giocate incredibili. E questo è esattamente quello che i tifosi del Milano si aspettavano 30 anni fa.

Come giocava quella Saima?

Eravamo degli intrattenitori! Giocavamo un hockey offensivo, volevamo divertirci, puntavamo a segnare ogni volta sei gol a partita. Eravamo così diversi da quello che vedi adesso, con squadre molto concentrate sulla difesa. Al contrario, avevamo una mentalità profondamente offensiva!

Come anche i tuoi Oilers…

Sì, ho avuto la fortuna di giocare per squadre divertenti da guardare. A Edmonton non volevamo vincere le partite 1-0, eravamo contenti di vincerle 6-5, mostrando le nostre abilità ogni sera, giocando d’attacco.

In questo momento, quali giocatori, squadre o campionati sono più simili alla tua visione dell’hockey?

Beh, direi ancora Edmonton. Ogni volta che McDavid e Draisatl prendono il disco sai che succederà qualcosa. Li avrò visti dal vivo venti volte, ma ogni volta sono con il fiato sospeso quando quei due sono sul ghiaccio.

Questa era una risposta facile per un ex Oilers! 😄

Edmonton è la mia squadra, ma io sono più un fan del gioco. Recentemente sono stato a Stoccolma per gli NHL Global Games, Toronto giocava contro Detroit e William Nylander ha dato spettacolo: davanti alla sua gente ha segnato tre gol, sembrava una forza della natura. Sicuramente non sono un fan dei Leafs, ma è proprio un esempio dell’hockey che mi piace guardare: divertente, emozionante, coinvolgente.

Questo elemento – divertirsi – sembra molto importante nel modo in cui descrivi la tua carriera.

Glen Sather, il mio allenatore a Edmonton, sottolineava sempre l’importanza di divertirsi mentre si gioca. Di solito quando una squadra va bene l’allenatore rende l’allenamento divertente e leggero, mentre quando gira male lo rende più duro. Glen diceva il contrario: quando le cose non vanno come ti aspetti, prova a goderti lo sport come quando eri bambino, mentre quando vinci è facile lavorare di più.

Ti sento veramente ancora molto appassionato di hockey. Ti manca giocare?

Molto. Negli ultimi 10 anni sono stato coinvolto come cronista qui in Svezia, ma mi manca terribilmente giocare e parlare di hockey con i miei compagni di squadra, del perché hanno fatto quello che hanno fatto e così via. Nessuno mi toglierà mai l’hockey dal sangue!

Mike Zanier non è ‘solo’ un ex giocatore della Saima, e nemmeno ‘solo’ una leggenda. È un appassionato del gioco. Oggi a Milano mancano tanti elementi perché l’hockey torni quello che ha visto Zanier, ma certamente non manca la passione. E davanti a noi abbiamo un’opportunità perché questa passione raggiunga quante più persone possibili: le Olimpiadi 2026. Parliamone con lui.

Mike Zanier, ‘portiera saracinesca’, in copertina del magazine dell’HC Milano 24. Foto concessione di Mike Zanier.

TERZO PERIODO: Le Olimpiadi e il futuro

Hai giocato nella Nazionale Italiana e credo che il momento più importante in azzurro siano state le Olimpiadi Invernali del 1992. Com’è stata quell’esperienza?

Avevamo grandi speranze, pensavamo di avere un’ottima squadra, ma non è andata come ci aspettavamo. Nelle amichevoli prima dell’evento ce la siamo giocata alla pari con Russia e Finlandia, e probabilmente eravamo migliori di Germania, Svizzera, Francia. Avremmo potuto finire tra i primi 6 o 7, il che sarebbe stato un ottimo risultato.

Poi uno dei nostri migliori giocatori si è infortunato, c’è stato un problema su quanti italos potevano essere ingaggiati, e in pratica tutto è andato storto nel momento peggiore. Alla fine, abbiamo perso più partite di quanto avremmo dovuto. Detto questo, è stata un’esperienza fondamentale per me.

Che cosa ne pensi delle Olimpiadi 2026? I migliori atleti del mondo verranno (si spera) e godranno di una grande visibilità: non parlo solo delle partite, ma anche degli allenamenti o degli eventi a cui parteciperanno. Pensi che questa visibilità possa avvicinare nuove persone allo sport?

Sarà un grande spettacolo, sono sicuro che i vecchi fan verranno e porteranno i loro figli e nipoti, e tutti si divertiranno.

L’ultima volta che sono venuto a Milano per un evento di hockey, c’erano tanti ragazzi che non mi avevano mai visto giocare ma sapevano tutto di me. È stato fantastico perché significa che ho lasciato un’impressione sui loro genitori, e i loro genitori hanno parlato loro di me, di noi. That’s what sport is all about, isn’t it?

Anche la ricostruzione di una squadra potrebbe essere agevolata dalle Olimpiadi?

Spero che il rinnovato interesse della gente corrisponda a quello di chi ha le risorse e le possibilità per far tornare una squadra. Le cose cambieranno, sono sicuro che riavrete l’hockey a Milano.

È magnifico sentirtelo dire in questo momento buio. Nell’ipotesi che in futuro torni una squadra a Milano, valuteresti di farne parte?

Se mi volessero, mi piacerebbe molto! Ho allenato per un paio d’anni qui in Svezia, sarebbe fantastico ricominciare a farlo a Milano. Se potessi farne parte, con qualsiasi ruolo, lo prenderei sicuramente in considerazione.

Ancora una volta, è bello sentire pronunciare queste parole da una persona così importante per la storia dell’hockey a Milano. Siamo arrivati all’overtime: un’ultima domanda da dentro o fuori! 

Un momento di Zanier con la maglia azzurra della Nazionale. Foto cortesia di Mike Zanier.

OVERTIME

Hai giocato in Canada, il centro del mondo per l’hockey, e ora vivi in ​​Svezia, che è un altro posto di punta per l’hockey, e nel mezzo hai avuto tantissime esperienze diverse. Che posto occupa Milano tra tutti questi?

Ho amato davvero il mio tempo a Milano, le persone l’hanno resa un’esperienza straordinaria. Ho ancora tanti amici lì e la città ha un posto speciale nel mio cuore. Se mai ci fosse l’opportunità di contribuire nuovamente all’hockey milanese, lo farei con grande gioia.

Sono sicuro che a Milano tutti sono d’accordo con me: quando vuoi, siamo felici di accoglierti!